
I Servi di Maria, che dall'inizio del Novecento custodiscono, oltre a diversi altri santuari, l'abbazia di Follina, sono l’unico Ordine religioso fondato da sette santi. Siffatto evento è un incoraggiante messaggio, un impegnativo patrimonio: un gruppo, una comunità, una fraternità sono capaci di santità. I Sette sono santi insieme. La devozione e la tradizione dell’Ordine li hanno prevalentemente venerati nella loro santa comunanza, riscontrando in essa l’applicazione del monito della Regola di sant’Agostino, che i Sette assunsero come ispirazione, necessaria anche per il riconoscimento gerarchico: «abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio».
La loro comune santità fu riconosciuta e proclamata da papa Leone XIII nella lettera apostolica del 22 gennaio 1888, quando li ascrisse al numero dei santi (assieme ad altri tre beati) e li nominò uno ad uno. Storici interni ed esterni all’Ordine si sono attivati per delinearne le identità personali. Oltre alla menzionata devozione, documenti coevi (bolle papali, l’importante racconto sulle origini dell’Ordine, segnatamente la Legenda de origine Ordinis di fra Pietro da Todi, priore generale negli anni 1314-1344), l’eucologia (libere preghiere e liturgia recente), l’iconografia (per lo più pittorica), la poesia e la letteratura varia (David Maria Turoldo con i suoi inni, ma anche dialogando idealmente con ciascuno) li hanno colti quasi esclusivamente tutti insieme, in stretta vicinanza, affiancati ai piedi della loro Gloriosa Domina, la Madonna.
Allargando alcuni indizi, sondando le norme che via via si scrivevano sin dalle primitive costituzioni, utilizzando l’aforisma nomen est omen – ogni persona umana è un simbolo – possono emergere verosimiglianze di una carta d’identità, l’interpretazione di un ruolo, una figura e un servizio dietro il singolo nome. Ma ciascuno come dono per costruire comunione.
BONFIGLIO, il primo. Attribuire un carattere di bontà suggerito dal nome è immediato. Egli fu di certo buon fratello nella comunità, anzi buon padre. Solidi documenti lo attestano priore a Monte Senario e a Firenze, primo priore generale. Al priore generale era affidata la «plenaria potestà»: una primazia nel quotidiano scorrere della vita conventuale e nel custodire i valori ideali che frate Bonfiglio convertiva in buon servizio ai fratelli, già numerosi, e alle fraternità via via nascenti. Nella basilica di San Pietro in Vaticano è innalzata la statua (qui riprodotta) che lo raffigura quasi a rappresentare tutti i Sette.
BONAGIUNTA, il successore. Fu brevissimo il suo generalato: allora la scadenza dell’incarico era annuale, restando possibile la rielezione. Egli iniziò la ritualità – con cura dettagliata nelle norme – del passaggio di mano in mano della ricordata plenaria potestà, che è l’abbraccio servizievole e responsabile di fratelli e fraternità. È testimone convinto di una continuità necessaria e dinamica, della condivisione dell’autorità servizievole da parte di successivi fratelli. Le sillabe del suo nome qualificano anche la costanza incessante di una presenza.
MANETTO, immigrato dal borgo dell’Antella (nel 2002 i concittadini eressero un solenne monumento in sua memoria nell’atrio delle cappelle del commiato, qui riprodotto). La sua presenza in città e poi nella fraternità dei Sette evoca disponibilità all’accoglienza, apertura alla condivisione, ospitalità. E, da un altro punto di vista, l’itineranza: le norme da lui varate riconoscono questa gradita figura. Una tela nella sua cappella a Monte Senario lo ritrae addirittura sul pulpito durante il concilio di Lione del 1274: fu predicatore itinerante.
AMADIO, il portavoce di un valore. L’interpretazione del nome ben cesella il logo della fraternità, il titolo del programma di un noviziato, lo stile di un maestro nella formazione dei noviter venientes. La ricordata Regola di sant’Agostino principia con queste parole: «Fratelli, si ami anzitutto Dio e quindi il prossimo». Bastava un nome come il suo a farne memoria e a qualificare una guida dei novizi, che le norme dettagliate tendevano a plasmare come frate amabile.
UGUCCIONE, simbolo dell’amicizia. È da sempre raccontato come amico di frate Sostegno. L’amicizia era caratteristica dei Sette già nella fase laica, tanto che pativano le troppo lunghe lontananze tra loro. L’amicizia arricchiva la loro comunità e si chinava ancor più verso i fratelli fragili e malati. Amico doveva essere l’infermiere di ogni convento dotato di infermeria: in essa – impegnavano le norme – i frati malati venissero risollevati con amicissima umanità. Da un amico come frate Uguccione fluiva il servizio ai fratelli infermi.
SOSTEGNO, un caposaldo nel convento. Ogni comunità era dotata di presbiteri impegnati nel servizio della liturgia. Frate Sostegno potrebbe essere stato uno di loro: solido liturgista e cerimoniere. Le costituzioni mettevano in primo piano l’eucologia, la preghiera creativa, le riverenze alla beata Vergine Maria, le numerose formule personali o comuni e, ancor più, la liturgia, cioè la celebrazione dei sacramenti e dell’Ufficio nel breviario. Il sacerdote presiedeva e guidava, intonava il canto gregoriano e curava snellezza e concisione della recita.
ALESSIO, l’ultimo dei Sette. Ultimo del passato, primo nel futuro; custode della memoria, emblema per l’avvenire. Il suo nome (o la sua firma) in un registro del convento di Firenze attesta il denaro della sua questua depositato. Il frate questuante apparteneva a quel fortissimum genus monachorum plasmato dalla severità di giornate e stagioni spese in fruttuoso servizio a beneficio dei fratelli nella clausura. Frate Alessio poteva essere l’economo della comunità, cui le costituzioni affidavano la cura della sobria mensa e l’approvvigionamento del necessario.
Abbozzare la personalità di ciascuno è solo un tentativo di individuare un dono, un messaggio, non la rivendicazione di un isolamento. I Sette testimoniano non la santità individuale, bensì la santità comune. La loro vicenda indica modalità ispirative più che imitazioni nelle concretezze della loro esperienza: i santi sono insegnamento, incoraggiamento, mediazione attesa dalla preghiera a loro affidata. Come la seguente, che interpreta anche la loro comune santità.
Sette santi Padri Fondatori, pregate per noi. Avete obbedito alla vocazione di servire, ispirandovi a santa Maria serva del Signore: insegnateci generosità nella disponibilità. Avete lasciato tutto il vostro passato per camminare sulla strada di evangelica penitenza: accompagnateci nel nostro percorso di ascolto fedele alla parola di Dio che ogni giorno bussa alla nostra responsabilità. Avete imparato la povertà da Cristo, il quale da ricco che era si fece povero: sostenete il nostro fragile intendimento di liberazione dall’ansia dell’avere, nella speranza di possedere la beatitudine evangelica dei poveri. Avete gustato la misericordia del Signore, non immuni dagli inciampi di umane fragilità lenite con lacrime di pentimento: illuminate quanto ostacola il candore della coscienza, bisognosa di incessante rinnovamento. Avete portato le vostre singole individualità come dono per plasmare la comunione fraterna, un cuore solo e un’anima sola verso Dio protesi: ispirate progetti e imprese di unione tra nazioni vicine, intente a costruire pace, a garantire giustizia, a promuovere integrazione, a favorire poveri e ultimi nel nome forte e benedetto del Signore Gesù.
I Sette vissero negli anni tra il 1200 e il 1310. Il 17 febbraio cade la memoria liturgica unitaria dei Sette Santi Fondatori. Le loro reliquie sono raccolte insieme nella cappella a essi dedicata a Monte Senario. Qui sopra un’interpretazione di fra Bruno Quercetti (1935-2006).
fra Luigi M. De Candido, servo di Maria








