EDITORIALE: davanti ai giovani la speranza è una responsabilità
Sull'importanza delle figure educative
Alessio Magoga
25/01/2026

“Come faccio ad essere pessimista? Ho dei ragazzi davanti a me ogni giorno: preparo la generazione del futuro”. È stata questa la risposta che una giovane professoressa, che insegna alle superiori, ha dato ad una persona anziana che le chiedeva guardando sconsolata a quello che accade ogni giorno nel mondo: “Ma tu non sei pessimista?”. “Signornò, non sono pessimista”. La risposta della professoressa – una risposta vera, in carne e ossa, non creata dalla fantasia né dall’intelligenza artificiale – non può lasciare assolutamente indifferenti, anzi provoca e fa pensare.

La responsabilità della testimonianza

Il mondo della formazione ha bisogno di insegnanti così e la risposta data fa onore all’intera categoria di chi ha un compito educativo. L’espressione della professoressa rivela una profonda attenzione nei confronti dei ragazzi e un vivo senso di responsabilità nei loro confronti. Potremmo parafrasarla così: “Tu, in quanto docente, come puoi essere pessimista? Cioè, come puoi permetterti di cedere allo sconforto, quando hai davanti a te la generazione del domani? Per affrontarlo, i giovani hanno bisogno di qualcuno che testimoni loro con la propria vita che il domani è davvero un luogo desiderabile e uno spazio degno di essere vissuto”. Il futuro, quindi, va indicato come qualcosa da desiderare, come una “promessa promettente”, per la quale vale la pena impegnarsi già oggi… Adulti che si atteggiano da disillusi, da pessimisti cronici, hanno come effetto, invece, quello di mortificare il desiderio di vita e di futuro che caratterizza costitutivamente il mondo giovanile.

Il pessimismo? Una forma di resa

“Allora – potrebbe obiettare qualcuno – bisogna illudere questi ragazzi e queste ragazze? Bisogna infondere in loro l’illusione che la vita sia bella, tanto poi ci penserà il tempo a far capire loro che la vita è altro, è quello che è, cioè dura e faticosa?”. No, non è questione di illudere per assecondare gli ardori giovanili: è questione di essere realisti. La realtà, infatti, è sempre più ampia e fantasiosa di quanto l’uomo possa pensare e la sua complessità e ricchezza sfuggono persino al pessimista più acuto. Pertanto, il pessimista cronico – qualcuno è anche dentro la Chiesa! – non è solo una persona che “vede tutto nero”, ma è soprattutto una persona che si è arresa ai propri timori ed alle proprie paure. È uno che ha finito di reagire e di lottare. Ha gettato la spugna. A volte anche per comodità.

Ascoltare il desiderio di vita che ci abita

Allora, non si può e non si deve essere pessimisti, certo, per senso di responsabilità nei confronti dei giovani che abbiamo davanti, come dice la professoressa. In fondo, però, non si può e non si deve essere pessimisti nemmeno per noi stessi, perché il pessimismo è un veleno che nuoce a noi per primi, rendendoci acidi e incartapecoriti. Mentre dentro di noi – dentro ognuno di noi, a tutte le età, sia nei giovani sia negli anziani – pulsa un immenso desiderio di vita, che si onora soltanto ascoltandolo e dandogli fiducia. AM


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