EDITORIALE: l'informazione nel mirino
La libertà di stampa sotto attacco?
Alessio Magoga
17/05/2026

Nel Regina Coeli di domenica 3 maggio, in concomitanza con la giornata mondiale della libertà di stampa, Papa Leone XIV ha ricordato che il diritto alla libertà d’informazione è oggi «spesso violato, in modo a volte flagrante, a volte nascosto». Le parole del Pontefice appaiono la fotografia di una realtà dolorosa da riconoscere: l’informazione oggi è letteralmente “nel mirino” per usare il titolo del 21° Rapporto Censis reso pubblico a fine aprile. Nel 2025, secondo il Censis sono stati 129 i giornalisti uccisi, mentre l’Unesco parla di 96 vittime documentate: in entrambi i casi si tratta di un dato enorme. Dalla Palestina all’Ucraina, fino ai contesti dominati dalla criminalità organizzata in Sud America, fare cronaca oggi si paga con la vita

Come evidenziato ancora dal Censis, l’informazione è sotto attacco anche su fronti meno visibili ma altrettanto insidiosi. In Italia, scivolata al 56° posto nell’indice mondiale della libertà di stampa (gli Usa fanno peggio di noi e sono al 64°), la minaccia principale è rappresentata dalle “querele temerarie”: azioni legali per lo più pretestuose che mirano a sfiancare economicamente i giornalisti, costringendoli al silenzio per timore di risarcimenti milionari.

A questa pressione dall’esterno si aggiunge una profonda crisi di fiducia nei confronti del mondo dell’informazione. Per l’opinione pubblica i media tradizionali difettano di indipendenza ed il risultato è la ricerca di canali alternativi di informazione. Gli italiani, ormai stabilmente connessi tramite smartphone (oltre il 90%), cercano risposte altrove, col rischio di perdersi in “diete mediatiche” frammentate. In questo nuovo ambiente informativo, anche i linguaggi nati per l’intrattenimento come i Meme (immagini accompagnate da brevi scritte ironiche ideate per i social) acquisiscono una funzione informativa per circa il 22% degli utenti. Più della metà degli italiani riconosce che questi contenuti possono influenzare la percezione della realtà politica e sociale. Parallelamente, l’ingresso dell’Intelligenza artificiale – già utilizzata da oltre il 62% delle aziende del settore dell’informazione – genera una certa inquietudine: il 61,6% degli italiani non si sente a proprio agio a informarsi tramite mezzi interamente gestiti da algoritmi, temendo il rischio di “fake news” e rivendicando il valore del fattore umano.

Il panorama descritto dal Censis rivela, però, anche dei segnali positivi. Alcuni mezzi di comunicazione, come la tv, la radio e i settimanali, manifestano una inaspettata resilienza. Anche i libri (cartacei) segnano un cenno di risalita. L’impressione è che una parte della società italiana non intenda restare spettatrice passiva. Il 64,6% degli italiani, ad esempio, ha l’abitudine di verificare le notizie consultando fonti alternative o indipendenti. Inoltre – anche questo è un dato che fa riflettere – il 38% della popolazione sente il peso del sovraccarico informativo ed avverte il bisogno di un “social detox” (cioè il bisogno di disintossicazione dai social e dall’uso del cellulare) per sfuggire a dipendenza e distrazione.

In questo panorama, perché il giornalismo acquisisca nuova autorevolezza nel mondo dell’informazione di oggi deve tornare a pronunciare “una parola che parla”, come è stato ricordato da Fabio Magro in un recente convegno a Trento. Una parola, cioè, che non sia neutrale né schiacciata sul politicamente corretto. Al tempo stesso, deve anche essere una “parola umana”, come ha ricordato Papa Leone nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali: una parola capace di “custodire voci e volti”, cioè quel tratto peculiarmente umano e personale che l’Intelligenza artificiale non può in alcun modo replicare.

Più che piangersi addosso, quindi, il mondo del giornalismo deve impegnarsi in questa direzione e portare così il suo contributo, assolutamente essenziale, per garantire una «società democratica, aperta e libera». Senza un’informazione coraggiosa, libera e umana, il rischio è che a restare nel mirino non siano solo i giornalisti, ma la verità stessa. E quindi anche la società in cui viviamo. AM

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