EDITORIALE: il potere del limite
A proposito dell'edizione 2026 del Festival Biblico, a Conegliano
Alessio Magoga
30/04/2026

C’è una parola che la nostra epoca fatica a pronunciare: limite. Non perché sia sconosciuta, ma perché scomoda, quasi scandalosa. Viviamo immersi in una cultura che spinge a superare continuamente ogni confine: tecnologico, biologico, relazionale, sportivo, perfino esistenziale. Tutto sembra possibile, tutto raggiungibile, tutto disponibile. E ciò che non lo è diventa un problema da risolvere, un difetto da correggere, una fragilità da nascondere. Eppure il limite non è semplicemente ciò che frena. È anche ciò che definisce: il confine che dà forma, il margine che rende possibile il senso, la condizione che permette la relazione. Senza il limite non ci sono un “io” e un “tu”, non c’è identità, non è possibile alcun incontro reale con l’altro, non si può parlare di responsabilità.

Il tema scelto dal Festival Biblico 2026 – Il potere del limite – mette a fuoco proprio questa tensione profonda tra limite e potere. Non si tratta di un esercizio teorico, ma di una domanda radicale sull’umano, che riguarda tutti e tocca il nostro modo di stare al mondo. In un tempo segnato da crisi globali, squilibri geopolitici e da una potenza tecnologica che cresce più velocemente della capacità di governarla, il rapporto tra potere e limite ha molto da dire per illuminare il nostro presente.

Il potere – l’infinito del verbo “io posso” – non è di per sé negativo. È la capacità di agire, di incidere nella realtà, di trasformarla. Ma è anche, strutturalmente, ambivalente: può generare vita oppure imporsi come dominio; può essere sinonimo di libertà o diventare oppressione. E la differenza sta proprio nel modo in cui il potere incontra il limite. Quando il limite è rifiutato, il potere si fa prepotenza, controllo totale, appropriazione, autosufficienza. Quando invece è riconosciuto, il potere può trasformarsi in responsabilità, cura, servizio, custodia.

La nostra epoca sembra oscillare pericolosamente verso il primo versante, ritenendolo come l’unica via alla felicità. Eppure, l’illusione dell’illimitato – alimentata dalla tecnica, dai mercati, dalla logica della performance – produce un paradosso evidente: più cerchiamo di liberarci dai limiti, più crescono ansia, solitudine, disorientamento.

La Bibbia, con la sua sapienza antica e sempre attuale, offre uno sguardo diverso. Non rimuove il limite, ma lo abita. Lo riconosce come luogo di verità: «Insegnaci a contare i nostri giorni» recita il Salmo 90. Il limite, allora, non è solo negazione ma + anche dono: un confine posto non per mortificare ma per custodire la relazione tra l’uomo e Dio, tra ogni uomo e con il suo prossimo. E lungo tutta la Scrittura, fino al Vangelo, il potere viene continuamente convertito dal limite: da dominio a servizio, da forza che schiaccia a forza che solleva. Nel gesto di Gesù che lava i piedi, nella sua vita donata, nella croce – il limite estremo – si rivela una forma di potere “altra”, che non elimina il limite, ma lo attraversa e lo trasfigura. Quello di Gesù, che regna dalla croce, è un potere che non possiede e non domina, ma si consegna e libera.

In questo orizzonte si colloca anche il percorso del Festival Biblico 2026, che a Conegliano torna a proporsi come spazio di ascolto, confronto e ricerca. Non vuole essere un semplice calendario di eventi, ma una sorta di laboratorio aperto a tutti che invita a sostare su domande decisive. L’edizione di quest’anno ci interroga sul valore che diamo, nelle nostre vite, al potere e al limite: ci interpella su quanto siamo disposti ad accogliere i nostri confini e a vivere la nostra libertà dentro una logica di responsabilità. Perché, in fondo, solo accettando il limite, il potere che ci è dato – grande o piccolo che sia – trova il suo vero senso. E noi possiamo incamminarci verso una vita più autentica. AM


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