
Dazio chiama inflazione. L’introduzione di nuove tasse doganali all’import da parte dell’amministrazione Trump, con la conseguente analoga controffensiva dei Paesi colpiti, non è una buona notizia per chi ha prestiti in corso perché manterrà alti i tassi di interesse. Neppure per gli imprenditori che chiedono finanziamenti per sviluppare le loro attività e magari assumere personale. Produrrà costi aggiuntivi e quindi rischi di inflazione. Almeno per i prossimi mesi prevarrà la prudenza: pochi tagli o nessun taglio da parte delle Banche centrali, in attesa di misurare l’altezza dell’onda provocata dai decreti esecutivi firmati dal nuovo presidente Usa.
Ai prodotti europei verrà imposto un onere aggiuntivo del 20%, un 25% per le auto prodotte all’estero e 34% per i prodotti cinesi.
L’effetto immediato dei nuovi dazi (subito sulle auto estere, nei prossimi giorni per gli altri) è però tanto facile da annunciare in TV quanto difficile da gestire nelle imprese. Vale per gli Usa, per l’Europa, la Cina e tutti quanti sono coinvolti nel regolamento dei conti fiscale planetario. La serata del Liberation Day preannuncia l’irrigidimento dei rapporti commerciali, crea freddezza diplomatica, alimenta voglie di rivalsa. Lavora sul rancore di chi si chiude nei propri confini. Il contrario di un corretto libero scambio che favorisce i rapporti tra i popoli secondo il detto: “Dove passano le merci non passano i carri armati”.
Ma cosa potrà produrre la nottata dei dazi istantanei, degli ordini esecutivi? Nell’immediato, soprattutto incertezza, scossoni ai consumi e sovraccosti nelle catene di approvvigionamento delle produzioni. Un’auto o un impianto di macchine utensili è frutto di acquisti di componenti da fornitori stranieri, non immediatamente sostituibili con un fornitore nazionale.
Almeno per alcuni mesi le componenti intermedie della manifattura resteranno le stesse, con prezzi però gravati da un onere imprevisto. Maggiori costi che verranno scaricati sui prezzi, e per questo l’inflazione Usa, ma anche quella delle grandi aree economiche, tornerà sotto pressione. A febbraio l’aumento dei prezzi americani era del 2,8% rispetto al 3% di gennaio (2,2% a marzo in Europa). La tendenza al calo non è scontata, neppure l’entità di un riaccendersi del costo della vita, perché dipenderà dal comportamento delle imprese e dei consumatori. Investire in un capannone o in un nuovo elettrodomestico necessita di scenari prevedibili e sereni. Sono quelli che mancano in queste ore.
Paolo Zucca