PACE: «La Santa Sede è coscienza critica del sistema globale: serve un cambio di rotta per la pace»
Intervista a mons. Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali
Redazione Online
01/01/2026
Mons. Gallegher (foto Afp-Sir)

Deterrenza nucleare, crisi dimenticate e il peso delle parole nei conflitti globali. In occasione della Giornata mondiale della pace, mons. Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, traccia un bilancio dell’ordine mondiale all’inizio del 2026. Dalla frammentazione geopolitica alle emergenze umanitarie normalizzate, il presule britannico richiama la necessità di gesti verificabili per una riconciliazione reale e ribadisce il ruolo della Santa Sede come «coscienza critica» del sistema internazionale.

«Pace disarmata e disarmante»

Eccellenza, il Papa parla di una pace “disarmata e disarmante”. In un mondo fondato sulla deterrenza, quali passi realistici possono indicare un cambio di paradigma?

Nel periodo della Guerra fredda, la deterrenza nucleare veniva talvolta ammessa come misura provvisoria, mentre si lavorava, in modo concertato, per un progressivo disarmo. Sono state siglate diverse convenzioni internazionali per limitare la proliferazione delle armi di distruzione di massa, in particolare nucleari, ma questo sforzo è rimasto incompiuto. È significativo che, con il venir meno dell’impegno per il disarmo e la pace, si sia persa di vista anche la lotta alla fame, alla povertà, alle migrazioni forzate e la promozione dei diritti fondamentali della persona.

Fiducia, non solo sicurezza militare

Cosa si è perso con l’abbandono della strada del disarmo progressivo?

La vera pace non è frutto solo del disarmo, ma si fonda sulla fiducia e su relazioni pacifiche tra i popoli. Solo così si garantisce una sicurezza integrale, che non si riduce a questioni militari. Nel contesto attuale di “disordine internazionale” non possiamo rassegnarci a una logica puramente contrappositiva, fondata sulla paura dell’altro e sul dominio della forza. La via del dialogo resta sempre possibile, anzi necessaria: un dialogo umile e perseverante, come ci esorta Papa Leone XIV, per ricostruire rapporti di fiducia e lavorare per il bene dell’umanità.

Un mondo instabile e frammentato

Si parla di crisi dell’ordine internazionale: quale scenario è oggi più realistico?

Quello attuale non è semplicemente un mondo multipolare, ma profondamente instabile. Non assistiamo a un ritorno ordinato ai blocchi del passato, bensì a una frammentazione in cui le alleanze sono mobili, il diritto spesso subordinato alla forza e la paura diventa criterio politico. Lo vediamo chiaramente in Ucraina, in Medio Oriente, nel Mar Rosso, nel Sahel e in molte altre aree del mondo.

Il ruolo della Santa Sede

In questo contesto, quale spazio resta alla Santa Sede come mediatrice?

Papa Leone XIV ha messo in guardia da una rassegnazione che equivale a una resa: considerare inevitabile ciò che è frutto di scelte umane significa perdere lucidità. La Santa Sede non si propone come un attore geopolitico tra gli altri, ma come coscienza critica del sistema internazionale, una sentinella che richiama alla responsabilità, al diritto e alla centralità della persona. La sua credibilità nasce dal rifiuto di accettare la guerra come normalità.

Parole che preparano la guerra

Quanto pesa oggi il linguaggio nella costruzione o nel fallimento della pace?

Incide enormemente. Il linguaggio non si limita a descrivere i conflitti: spesso li precede, li alimenta. La semplificazione, la demonizzazione dell’avversario, l’uso sistematico della paura rendono la pace impronunciabile prima ancora che impraticabile. Questo riguarda tanto i media quanto la comunicazione politica.

Quali conseguenze ha tutto questo sul piano diplomatico?

La pace fallisce quando diventa indicibile, quando non si trovano più “le parole giuste” per pensarla vicina. Un linguaggio che rinuncia alla complessità costruisce un mondo deformato, in cui il compromesso appare come tradimento e la violenza come necessità. Anche per questo la Santa Sede insiste su un linguaggio che unisca e renda possibile il riconoscimento reciproco.

Crisi dimenticate e emergenze normalizzate

Quali crisi rischiamo di ignorare nel 2026?

Il rischio maggiore è la normalizzazione dell’emergenza. Penso a molte aree dell’Africa subsahariana, ai conflitti dimenticati, alle conseguenze umanitarie delle crisi climatiche e ad alcune situazioni in Medio Oriente lette solo in chiave strategica, perdendo di vista l’impatto umano.

Cosa ha denunciato il Papa su questo tema?

Papa Leone XIV ha denunciato una dinamica inquietante: mentre crescono enormemente le spese per il riarmo, diminuisce la capacità di vedere le vittime. Quando la sicurezza è pensata solo in termini armati, ciò che non rientra in questa logica diventa invisibile.

Educare alla pace

In un contesto di sfiducia, che cosa significa oggi educare alla pace?

La pace proviene da Dio, e giustificare la violenza con la religione è una grave distorsione. Educare alla pace significa contrastare una cultura della chiusura e della contrapposizione, che attraversa anche le società interne agli Stati. Non può esserci pace tra le nazioni senza fiducia all’interno delle comunità.

Un segno concreto per iniziare il 2026 come tempo di riconciliazione?

Servono gesti verificabili, non solo simbolici: riaprire canali di dialogo, sostenere iniziative umanitarie comuni, rispettare gli accordi firmati, ridurre disuguaglianze ed esclusione. La pace nasce da decisioni concrete che dimostrano che un’altra strada è possibile.

Riccardo Benotti


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